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Greenwashing, non è tutto verde ciò che luccica

Greenwashing, non è tutto verde ciò che luccica

Trasparenza nell’impatto ambientale degli investimenti, a che punto siamo?

La questione ambientale è sempre più sotto i riflettori dell’opinione pubblica e, anche se con alcune pesanti eccezioni, gli Stati cominciano a imporre norme a tutela dell’ambiente e delle risorse. Sono infatti sempre di più le aziende che stanno adottando pratiche sostenibili, persino riconvertendo il proprio business, come ad esempio Philip Morris, che ha proclamato di voler uscire dal mercato del tabacco nel giro di pochi anni.

Tuttavia questa neo-sensibilità per il rispetto dell’ambiente rischia di essere solo una strategia di comunicazione senza ulteriori manovre virtuose da parte delle aziende.

Cos’è il Greenwashing

Letteralmente per GreenWashing si intende “lavaggio verde” e si indica proprio la tendenza delle aziende, che intendendo cavalcare la moda del bio, ostentano un’immagine “pulita” di sé, ma che sotto la sottile patina “verde” funzionale a essere percepiti come ecologisti, nascondono comportamenti che nulla hanno a che fare con il rispetto dell’ambiente.

Si può dire quindi che si tratti di una pratica commerciale mistificatoria e scorretta.

Come si concretizza e come difendersi:

Non è facile riconoscere una manovra di Greenwashing ma ci sono alcuni semplici accorgimenti che possono aiutare a non caderci:

 

  • Il prodotto che intendiamo acquistare evidenzia definizioni come eco, bio o green non supportate da informazioni precise di cosa lo renda tale
  • il packaging riporta immagini di paesaggi incontaminati non rappresentative dei luoghi in cui tale prodotto può essere verosimilmente stato prodotto
  • Attestazioni fasulle o auto-certificazioni di sostenibilità,
  • Viene posto l’accento su un solo segmento del processo produttivo che si presume in linea con le pratiche sostenibili o l’esagerata pubblicizzazione di un modesto risultato ambientale

 

Tutte pratiche che tendono a truffare il consumatore e che se da lui riconosciute gli fanno perdere fiducia verso qualsiasi forma di comportamento sostenibile.

Il GreenWashing e i prodotti finanziari

Lo scorso 17 marzo, la Commissione e Parlamento europeo hanno deciso in un discorso comune di annunciare che presto creeranno un vademecum preciso volto a normare gli investimenti sostenibili, per ora assente.

Secondo gli ultimi dati del GSIA, il Global Sustainable Investment Alleance, che raggruppa i principali Forum internazionali che promuovono la finanza sostenibile, il mercato degli investimenti in tale comparto è di 30.000 miliardi di dollari, cifra ammirevole, ma che rischia di spingere l’industria del risparmio verso il prolificare di prodotti finanziari “greenwashing” o quando meno in cui la dicitura “sostenibile” viene data con manica larga proprio per accogliere tutto questo afflusso di capitali, in assenza di linee precise a riguardo.

Un parziale aiuto in tal senso , che per ora costituisce il miglior modo per valutare la sostenibilità del proprio portafoglio d’investimento, era già arrivato nel marzo 2016 dalla famosa società di rating Morningstar, la quale in collaborazione con Sustainalytics, società specializzata nel rating etico o Esg (sociale, ambientale e di governance), ha inserito una valutazione sulla sostenibilità dei fondi, attraverso il sistema dei “globi” da uno a cinque, in cui 1 è il livello di sostenibilità più basso e 5 quello più alto.

Un trend secolare

Al netto delle speculazioni in questo momento, e ancora per un po’, vi sarà una convivenza tra finanza sostenibile, finanza che fa della sostenibilità semplicemente uno slogan o si limita ad azioni modeste e la finanza tradizionale che non ha ancora intrapreso nessun percorso di adeguamento sulla via della sostenibilità.

La sostenibilità rappresenta il presente e rappresenterà il futuro, perché non si tratta di una generica sensibilità ambientalista, ma proprio di capire quanto un’azienda è realmente sana e di scegliere per un’opportunità rispetto ad un’altra.

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