"Ho già diversificato: ho sette fondi."
È una frase perfettamente comprensibile. Sette strumenti sembrano certamente più diversificati di uno.
Eppure potresti avere sette fondi, tre ETF e qualche titolo singolo e scoprire che una parte molto consistente del patrimonio dipende dalle stesse aziende, dagli stessi mercati o dagli stessi fattori economici.
In quel caso hai molti prodotti. Non necessariamente molti rischi diversi.
È questa la distinzione da cui partire.
Diversificare non significa semplicemente distribuire il denaro tra più strumenti. Significa evitare che una singola fonte di rischio possa incidere in misura eccessiva sul risultato complessivo. È quindi una parte della strategia di investimento, non un obiettivo separato.
Consob definisce infatti la diversificazione come la distribuzione degli investimenti tra componenti diverse, in modo da ridurre la vulnerabilità del portafoglio alla difficoltà di un singolo strumento, settore o mercato. E mette in guardia proprio da uno degli errori più comuni: pensare di essere diversificati soltanto perché si possiedono molti strumenti.
La domanda utile, quindi, non è "quanti investimenti possiedo?" ma "da che cosa dipendono?"
È un passaggio di Criterio nel Metodo RICCA®: non giudicare la diversificazione dal numero dei prodotti, ma dalle dipendenze economiche che il patrimonio sta realmente accumulando.
Avere molti investimenti non significa essere diversificati
Immaginiamo un portafoglio composto da un fondo azionario globale, un ETF sull’azionario statunitense, un fondo tecnologico, un fondo azionario growth e un fondo globale sostenibile.
A colpo d’occhio sembra esserci una buona distribuzione: cinque strumenti differenti, strategie differenti e magari anche cinque nomi commerciali differenti.
Ma guardando dentro i prodotti potremmo trovare alcune delle stesse grandi società statunitensi ripetute più volte. Il fondo globale potrebbe avere una quota importante di Stati Uniti. L’ETF statunitense aggiungerne altra. Il fondo tecnologico aumentare ulteriormente il peso di alcune grandi società. Il fondo growth potrebbe essere esposto in modo significativo alle stesse aziende che dominano gli altri strumenti. Anche il fondo sostenibile potrebbe condividerne una parte.
I cinque prodotti continuano a essere cinque. Ma economicamente alcune esposizioni si stanno sommando, non diversificando.
Banca d’Italia parla a questo proposito di "diversificazione ingenua": aumentare il numero degli strumenti non garantisce una buona diversificazione se questi hanno caratteristiche simili o dipendono dagli stessi settori e fattori.
Questo è il primo controllo da fare su un portafoglio: non contare gli strumenti. Guardare cosa contengono.
Diversificare significa capire quali rischi stai distribuendo
Quando si parla genericamente di rischio, spesso sembra che ne esista uno solo. In realtà un investimento può essere esposto contemporaneamente a rischi diversi.
Rischio dell’emittente. Se una quota importante del patrimonio dipende da una singola società, banca o altro emittente, un problema specifico di quel soggetto può avere un impatto rilevante.
Rischio settoriale. Dieci società tecnologiche rimangono dieci società diverse. Ma possono reagire in modo simile a variazioni dei tassi, cambiamenti regolamentari, innovazione tecnologica o variazioni delle aspettative sulla crescita.
Rischio geografico. Investire prevalentemente in un solo Paese o in una singola area economica significa dipendere maggiormente dalle condizioni economiche, politiche e finanziarie di quella zona.
Rischio valutario. Un investimento denominato o economicamente esposto a valute differenti può aggiungere una fonte di oscillazione legata ai cambi. Questo rischio non è automaticamente positivo o negativo: va semplicemente riconosciuto e valutato all’interno del portafoglio.
Rischio di tasso e durata. Anche due obbligazioni possono comportarsi in modo molto diverso quando cambiano i tassi di interesse, soprattutto se hanno scadenze e caratteristiche differenti.
Rischio di credito. Un titolo di Stato e un’obbligazione societaria non dipendono dalla stessa capacità del debitore di rimborsare il capitale.
Rischio di liquidità. Alcuni strumenti possono essere venduti facilmente; altri potrebbero richiedere più tempo o essere negoziabili in mercati meno liquidi.
Consob ricorda che il rischio di un investimento non riguarda soltanto le oscillazioni dei mercati, ma può derivare anche dall’emittente e dalla possibilità di non riuscire a liquidare l’investimento alle condizioni desiderate.
Una buona diversificazione prova quindi a rispondere a una domanda molto concreta: se questo specifico rischio si materializzasse, quanta parte del mio patrimonio ne sarebbe colpita contemporaneamente?
Correlazione: perché due investimenti diversi possono comportarsi quasi allo stesso modo
Qui entra in gioco un concetto che sembra tecnico, ma è abbastanza semplice.
La correlazione descrive quanto due investimenti tendono a muoversi nella stessa direzione. Se due attività reagiscono spesso allo stesso modo agli stessi eventi, possederle entrambe può offrire meno diversificazione di quanto suggeriscano i loro nomi.
Banca d’Italia richiama proprio questo principio spiegando che la diversificazione funziona quando gli investimenti hanno caratteristiche e andamenti sufficientemente differenti da evitare che tutto il portafoglio reagisca nello stesso modo.
Facciamo un esempio volutamente semplice. Possedere azioni di cinque società automobilistiche significa avere cinque emittenti. Se però tutto il settore automobilistico entra in una fase molto difficile, è plausibile che più investimenti subiscano contemporaneamente le conseguenze dello stesso evento. Aggiungere una sesta casa automobilistica aumenta il numero dei titoli. Non necessariamente aumenta in modo significativo la diversificazione.
La stessa cosa può avvenire in maniera meno evidente con fondi ed ETF. Ed è proprio per questo che la diversificazione va analizzata "guardando attraverso" il contenitore. Il nome del prodotto non basta.
Il caso del portafoglio che sembra diversificato
Immaginiamo un patrimonio finanziario di 200.000 euro, distribuito così:
| Investimento | Importo | Cosa sembra aggiungere |
|---|---|---|
| Fondo azionario globale | 50.000 € | mondo |
| ETF azionario USA | 40.000 € | Stati Uniti |
| Fondo tecnologia | 30.000 € | tecnologia |
| Fondo growth globale | 30.000 € | crescita |
| Fondo sostenibile globale | 25.000 € | sostenibilità |
| Obbligazioni | 25.000 € | componente obbligazionaria |
Se guardassimo soltanto le etichette, potremmo concludere che il patrimonio è distribuito tra sei componenti diverse. Il controllo interessante comincia però dopo.
Quanto pesa realmente il mercato statunitense? Quanto pesano le grandi società tecnologiche? Quali titoli compaiono contemporaneamente nel fondo globale, nell’ETF USA, nel fondo growth e nel fondo sostenibile? Quanto del rischio azionario complessivo deriva dalle stesse società? Quanto pesa davvero la componente obbligazionaria sul rischio del portafoglio?
Non possiamo rispondere guardando soltanto questa tabella. Ed è precisamente questo il punto.
Per capire se un portafoglio è diversificato bisogna conoscere le esposizioni sottostanti, non soltanto l’elenco dei prodotti.
Diversificazione non significa che qualcosa deve sempre guadagnare
Un’altra aspettativa rischia di creare confusione. A volte si pensa che un portafoglio ben diversificato dovrebbe funzionare così: quando una cosa scende, un’altra deve necessariamente salire.
Non è così. La diversificazione non è una garanzia contro le perdite. Durante fasi di forte tensione, attività normalmente differenti possono anche muoversi contemporaneamente nella stessa direzione. E alcune componenti del patrimonio possono registrare perdite nello stesso periodo.
Consob è molto chiara su questo punto: diversificare aiuta a contenere il rischio di concentrazione, non elimina il rischio dell’investimento.
Questo cambia anche il modo in cui giudichiamo una strategia. Il fatto che una parte del portafoglio abbia perso valore non significa necessariamente che non avrebbe dovuto esserci. Allo stesso modo, il fatto che negli ultimi anni una singola area abbia prodotto risultati molto migliori delle altre non significa necessariamente che avrebbe dovuto rappresentare l’intero portafoglio.
La diversificazione comporta inevitabilmente una conseguenza: accettiamo di non avere tutto il patrimonio investito nell’asset che, a posteriori, si rivelerà essere stato il migliore. In cambio, evitiamo di dipendere interamente da quello che potrebbe rivelarsi il peggiore.
Ma quanto bisogna diversificare?
Nemmeno qui "di più" significa automaticamente "meglio".
Immaginiamo di aggiungere continuamente nuovi strumenti allo stesso portafoglio: prima cinque, poi dieci, poi quindici, poi venticinque. A un certo punto potremmo non ottenere una diversificazione significativamente migliore. Potremmo invece ottenere sovrapposizioni difficili da individuare, costi aggiuntivi, strategie che si neutralizzano tra loro, maggiore complessità, difficoltà nel capire da dove provengono rendimento e rischio.
Il risultato può diventare un portafoglio apparentemente sofisticato ma quasi impossibile da leggere.
La domanda quindi non è "come posso aggiungere ancora qualcosa?" ma "quale funzione svolge ciò che sto aggiungendo?"
Ogni componente dovrebbe avere una ragione per essere presente. Se due strumenti fanno sostanzialmente lo stesso lavoro, il secondo non sta necessariamente aggiungendo diversificazione. Potrebbe stare aggiungendo soltanto complessità.
La diversificazione dipende anche dall’obiettivo
Esiste poi un problema ancora più importante. Non tutti i soldi hanno la stessa funzione.
Una somma che servirà per acquistare una casa tra due anni e una somma destinata alla pensione tra venticinque anni non dovrebbero essere valutate con gli stessi criteri.
Consob collega esplicitamente la costruzione del portafoglio a l’orizzonte temporale e agli obiettivi dell’investitore: composizione, livello di rischio e strumenti devono essere coerenti con il periodo durante il quale il capitale può rimanere investito.
Questo significa che la domanda "qual è il portafoglio più diversificato?" è incompleta. Manca un pezzo: "diversificato per fare che cosa?"
Un patrimonio può dover finanziare contemporaneamente un fondo di emergenza, una casa, l’università dei figli, un progetto imprenditoriale, la pensione, il passaggio patrimoniale alla generazione successiva. A ciascun obiettivo corrispondono tempi, necessità di liquidità e capacità di sopportare oscillazioni differenti.
La diversificazione dovrebbe quindi essere costruita intorno al piano, non il contrario.
Il vero patrimonio è più grande del portafoglio finanziario
Fino a questo momento abbiamo parlato soprattutto di investimenti. Ma se allarghiamo lo sguardo emerge uno dei punti più importanti della pianificazione patrimoniale.
Immagina un imprenditore italiano che possieda l’azienda da cui deriva quasi tutto il suo reddito, la casa in cui vive, altri immobili in Italia e una parte significativa degli investimenti finanziari concentrata su società italiane. Il suo dossier titoli potrebbe persino essere ragionevolmente diversificato. Il suo patrimonio complessivo molto meno. Reddito, impresa, immobili e una parte degli investimenti possono dipendere in misura rilevante dallo stesso contesto economico.
Lo stesso principio può valere, in forma diversa, per un dipendente che riceve lo stipendio da una determinata società, possiede molte azioni della stessa società e ha magari anche parte della previdenza collegata al medesimo contesto professionale. Se quell’azienda attraversa una grave difficoltà, potrebbero diminuire contemporaneamente il reddito da lavoro e il valore dell’investimento. È un esempio particolarmente chiaro di concentrazione.
Per questo, quando si ragiona in termini patrimoniali, il portafoglio finanziario è soltanto una parte della fotografia. Anche le statistiche della BCE sulla ricchezza delle famiglie (le Distributional Wealth Accounts) considerano insieme attività finanziarie e non finanziarie, passività e relative componenti.
La domanda diventa allora: quanto del mio futuro economico dipende dalla stessa fonte?
La casa può essere parte del problema di concentrazione?
Sì, ma questo non significa che possedere una casa sia un errore. Significa distinguere tra valore patrimoniale e diversificazione.
Una famiglia potrebbe avere una casa da 500.000 euro, 80.000 euro sul conto e 120.000 euro di investimenti. Il patrimonio lordo considerato in questo esempio sarebbe di 700.000 euro. Ma oltre il 70% sarebbe rappresentato da un solo immobile.
Non significa che la famiglia debba vendere casa per "diversificare". Significa che, quando si prendono decisioni sui 120.000 euro finanziari, ignorare i 500.000 euro immobiliari produce una fotografia incompleta.
Lo stesso ragionamento vale per immobili destinati alla locazione, partecipazioni societarie, azienda di famiglia, patrimonio professionale. Diversificare gli investimenti senza conoscere il resto del patrimonio può portare a ottimizzare una piccola parte ignorando dove si trova la concentrazione più importante.
Anche il reddito fa parte della fotografia
Il patrimonio non vive isolato dalla persona che lo possiede. Un medico, un imprenditore, un dipendente pubblico e un libero professionista possono avere lo stesso portafoglio finanziario ma capacità di rischio molto differenti.
Consob distingue infatti tra tolleranza psicologica al rischio e capacità economica di sopportarlo, che dipende anche dalla situazione patrimoniale e dalle prospettive di reddito.
Questo permette di capire perché la diversificazione non possa essere ridotta a una formula come "60% azioni e 40% obbligazioni". La stessa composizione può avere significati diversi per persone diverse. Ciò che conta è come il portafoglio interagisce con reddito, riserve di liquidità, debiti, immobili, attività imprenditoriali, obiettivi, orizzonte temporale, necessità familiari.
Cinque controlli per capire se sei davvero diversificato
1. Cosa possiedo realmente? Non il nome dei prodotti. Le attività sottostanti. Quali mercati, società, settori, obbligazioni e valute compongono effettivamente il portafoglio?
2. Quali rischi sto ripetendo? Due strumenti con nomi differenti possono dipendere dallo stesso fattore. Cerca le sovrapposizioni.
3. Quanto pesa ogni esposizione? Scoprire di possedere tecnologia statunitense in quattro strumenti è utile. Sapere che, complessivamente, rappresenta una determinata quota del patrimonio è molto più utile. La concentrazione è anche una questione di peso.
4. Che cosa accadrebbe nello stesso scenario negativo? Prova a cambiare domanda. Non "quanto ha reso ogni prodotto?" ma "cosa succederebbe alle diverse componenti se si verificasse lo stesso evento?" Un forte rallentamento economico? Un aumento dei tassi? Una difficoltà dell’azienda da cui proviene il tuo reddito? Una crisi immobiliare nell’area in cui possiedi più immobili? Non serve prevedere quale scenario si verificherà. Serve capire dove il patrimonio è vulnerabile.
5. Tutto questo è coerente con ciò per cui mi serviranno i soldi? La diversificazione non è un obiettivo autonomo. È uno strumento. Il punto finale resta sempre capire se il patrimonio è organizzato per finanziare ciò che deve finanziare, nei tempi in cui dovrà farlo.
Un portafoglio semplice può essere più diversificato di uno complesso
È una conclusione controintuitiva, ma importante.
Un investitore potrebbe avere quattro strumenti ben scelti, con funzioni differenti e una chiara distribuzione dei rischi. Un altro potrebbe possederne venti e avere enormi sovrapposizioni. Il secondo portafoglio è più complesso. Non necessariamente migliore.
La complessità può dare una sensazione di sofisticazione: più prodotti, più gestori, più strategie, più pagine nel rendiconto. Ma ciò che conta non è quanto lavoro serve per descrivere il portafoglio. Conta quanto è chiaro il lavoro che ogni componente svolge.
Diversificare non significa non avere convinzioni
C’è infine un altro equivoco. Diversificazione non significa distribuire il patrimonio in parti uguali tra qualsiasi cosa esista. Non significa nemmeno rinunciare completamente a fare delle scelte.
Significa decidere quanto siamo disposti a dipendere da ciascuna scelta.
Possiamo avere una convinzione su un settore, un Paese o una strategia. Il tema patrimoniale viene dopo: se questa convinzione fosse sbagliata, quale sarebbe la conseguenza sul mio progetto? È una domanda molto più utile di "sono sicuro che salirà?"
Perché nessuna diversificazione può eliminare l’incertezza. Può però evitare che un singolo errore di previsione abbia un peso sproporzionato.
La diversificazione non si vede dal numero di righe nel dossier
Alla fine, la differenza è tutta qui.
Un patrimonio diversificato non è quello che contiene più cose. È quello in cui nessuna singola fonte di rischio ha un peso incompatibile con gli obiettivi della persona che lo possiede.
Per capirlo bisogna andare oltre le etichette. Guardare dentro gli strumenti. Individuare le sovrapposizioni. Considerare insieme investimenti, liquidità, immobili, attività imprenditoriale e reddito. E soprattutto chiedersi quale funzione debba svolgere ogni parte del patrimonio.
Perché puoi avere dieci fondi e dipendere sempre dalle stesse società. Puoi possedere azioni in diversi Paesi e avere comunque quasi tutto il patrimonio legato alla tua azienda. Puoi avere molti immobili e dipendere da un solo mercato locale. Oppure puoi avere un portafoglio relativamente semplice nel quale ogni componente svolge un lavoro differente.
Diversificare non significa possedere tante cose. Significa evitare che troppe cose dipendano dalla stessa.
Da dove partire
Se vuoi fare un primo controllo sul tuo patrimonio, prova a non guardarlo per prodotti. Ricostruiscilo invece per esposizioni: quanto dipende da una singola società; quanto da un singolo settore; quanto da un singolo Paese o area geografica; quanto dal mercato immobiliare; quanto dalla tua attività professionale o imprenditoriale; quanto deve restare disponibile nel breve periodo; quanto può realmente essere destinato agli obiettivi di lungo periodo.
È spesso in questo passaggio che emergono concentrazioni che il semplice elenco degli investimenti non mostrava.
Una fotografia patrimoniale serve anche a questo: passare dalla domanda "quali prodotti possiedo?" alla domanda "da quali rischi dipende davvero il mio patrimonio?"
Fai un audit della diversificazione senza contare i prodotti
- Guarda dentro fondi ed ETF: individua Paesi, settori, valute e principali emittenti sottostanti.
- Somma le esposizioni ripetute: lo stesso titolo o settore può comparire in più contenitori diversi.
- Aggiungi il patrimonio non finanziario: casa, impresa e reddito possono dipendere dagli stessi rischi presenti nel portafoglio.
- Individua le cinque dipendenze maggiori: non i cinque prodotti più grandi, ma i cinque fattori economici che potrebbero colpirti di più.
- Verifica la funzione: ogni componente dovrebbe avere un motivo per essere presente e non soltanto aumentare il numero delle righe.
Passo concreto: prova a descrivere il portafoglio senza usare i nomi dei prodotti. Se riesci a dire da quali mercati, settori, emittenti e fattori dipende davvero il risultato, stai misurando la diversificazione economica e non quella apparente.
Fonti
- CONSOB — La diversificazione: definizione di diversificazione, rischio di concentrazione, limiti della diversificazione e rapporto con obiettivi e orizzonte temporale.
- Banca d’Italia — La diversificazione ingenua: numero degli strumenti, caratteristiche degli investimenti, correlazione e rischio di concentrazione.
- CONSOB — Percezione e propensione al rischio: principali fonti di rischio e distinzione tra rischio specifico e rischio di mercato.
- Banca Centrale Europea — Distributional Wealth Accounts: statistiche trimestrali sulla ricchezza delle famiglie, con attività finanziarie e non finanziarie, passività e relative componenti.
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