2.616 euro.
È quanto ha speso mediamente in un mese una famiglia torinese nel
2025, secondo l’Osservatorio della Camera di commercio di Torino.
È il valore più alto rilevato negli ultimi dieci anni, anche se
praticamente stabile rispetto al 2024: appena lo 0,3% in più in termini
nominali.
Ma quel numero, da solo, dice molto meno di quanto sembri. Non ci
dice quale reddito avesse la famiglia. Non ci dice se fosse proprietaria
della casa o in affitto. Non ci dice se avesse figli. E soprattutto non
ci dice se, dopo aver speso quei 2.616 euro, sia rimasto qualcosa.
È proprio qui che il dato diventa interessante dentro un piano finanziario. Perché il patrimonio che avremo
domani nasce, almeno in parte, da ciò che riesce a sopravvivere al
bilancio di oggi.
Seguiamo allora quei 2.616 euro. Vediamo dove vanno. E soprattutto
proviamo a capire cosa succede dopo.
È qui che il dato territoriale entra nel Metodo RICCA®: la Chiarezza descrive come il denaro si distribuisce oggi; l’Intenzionalità chiede quale parte del reddito deve riuscire a superare il mese per finanziare ciò che conta domani.
Prima sorpresa: la “famiglia torinese” non è necessariamente quella che immaginiamo
Prima ancora di aprire il portafoglio dobbiamo capire chi stiamo
osservando.
L’indagine 2025 della Camera di commercio ha coinvolto 240 nuclei
residenti nella città di Torino e costruisce il campione sulla base
dell’anagrafe cittadina.
Oltre il 45% del campione è composto da persone sole. La
Camera segnala che il dato è coerente con la struttura demografica della
città, dove circa un residente su due vive da solo.
È un dettaglio tutt’altro che secondario. Quando leggiamo “una
famiglia torinese spende mediamente 2.616 euro al mese” non dobbiamo
immaginare automaticamente due genitori con due bambini. Dentro quella
media convivono single, coppie, coppie con figli, nuclei monoparentali,
persone anziane sole, famiglie con condizioni economiche molto
diverse.
Lo stesso importo mensile può quindi raccontare vite completamente
differenti. E c’è già un primo insegnamento utile: le medie descrivono
un territorio. Non stabiliscono quanto dovrebbe spendere la tua
famiglia.
Apriamo quei 2.616 euro
Su 2.616 euro di spesa mensile, 403 euro sono destinati mediamente
agli alimentari. Gli altri 2.213 euro riguardano beni e servizi non
alimentari.
Ma “tutto il resto” è proprio la parte interessante. Perché una voce
domina nettamente le altre. La casa.
Prima fermata: 833 euro per l’abitazione
Le spese direttamente collegate all’abitazione sono pari mediamente a
833 euro al mese. Rappresentano il 37,6% della sola componente non
alimentare.
Poi dobbiamo aggiungere 228 euro di utenze domestiche e 94 euro
per mobili e arredamento. Complessivamente: 1.155 euro al mese.
Più del 52% della spesa non alimentare rilevata dall’Osservatorio è
quindi riconducibile, in senso ampio, alla casa. Su 2.616 euro
complessivi significa che circa 44 euro ogni 100 spesi nel mese sono
collegati, con questa classificazione, ad abitazione, utenze o
arredamento.
Ed ecco perché la casa compare così spesso quando si parla di
pianificazione finanziaria. Non è soltanto uno dei principali beni
patrimoniali. È anche uno dei maggiori centri di spesa.
La casa pesa due volte
Questo crea un fenomeno interessante. La casa può pesare
contemporaneamente nel patrimonio e nel bilancio mensile. È lo
stesso nodo che emerge quando si osserva quanto
pesa la casa nel patrimonio di una famiglia torinese.
Una famiglia con mutuo può avere una parte importante della propria
ricchezza concentrata nell’immobile e, nello stesso tempo, destinare ogni
mese una quota elevata del reddito alla rata e alle spese collegate. Una
famiglia in affitto non accumula patrimonio immobiliare attraverso
quelle uscite, ma continua ad avere un costo abitativo rilevante. Una
famiglia con casa completamente pagata può invece avere una struttura
ancora differente.
Per questo due nuclei che spendono entrambi 2.600 euro al mese non
sono necessariamente nella stessa situazione finanziaria. Conta
che cosa c’è dentro quei 2.600 euro.
Poi mangiamo: 403 euro
La spesa alimentare media rilevata nel 2025 è stata di 403 euro
mensili, in diminuzione rispetto al 2024. La Camera di commercio
osserva che, dopo gli aumenti registrati negli anni precedenti, la
componente alimentare è tornata verso i valori precedenti alla
pandemia.
Ma anche qui la media non dovrebbe diventare un obiettivo. Una persona
sola non dovrebbe chiedersi “perché spendo più di 403 euro?” E una
famiglia di quattro persone non dovrebbe congratularsi automaticamente
perché spende la stessa cifra.
Il numero è utile per osservare il comportamento collettivo. Il
controllo personale è un altro: quanto spendiamo noi e quanto di quella
spesa è coerente con le nostre possibilità e priorità?
Poi arrivano le spese che rendono riconoscibile una vita
Dentro i 2.213 euro non alimentari troviamo anche ciò che rende il
bilancio meno simile a un foglio Excel e più simile alla vita reale.
Nel 2025 le famiglie torinesi hanno speso mediamente 118 euro al mese
per vacanze e viaggi, 95 euro per pasti fuori casa, 83 euro per
abbigliamento e calzature.
Le prime due voci hanno continuato a crescere, anche se più lentamente
rispetto agli anni precedenti. E il dato cambia moltissimo in base alle
condizioni economiche: per vacanze e viaggi le famiglie considerate
agiate spendono circa quattro volte quanto quelle in situazione di
debolezza; per i pasti fuori casa la differenza supera le cinque
volte.
Questo racconta una cosa molto semplice ma importante: non tutte le
spese hanno la stessa comprimibilità. Casa e bollette hanno una certa
rigidità. Una parte dell’alimentazione è essenziale. Viaggi, ristoranti e
alcune forme di consumo discrezionale possono invece essere modificate
più facilmente.
La domanda utile non è “quanto spendi?”
È: “quanto delle tue spese puoi realmente modificare?”
Immaginiamo una famiglia che spenda 3.000 euro al mese. Potrebbe avere
2.600 euro di spese quasi inevitabili e 400 euro discrezionali. Un’altra
famiglia potrebbe spendere gli stessi 3.000 euro ma avere 1.900 euro di
spese essenziali e 1.100 euro di spese modificabili.
Stesso tenore di spesa. Diversa capacità di adattamento.
Questa distinzione diventa fondamentale quando si perde temporaneamente
un reddito, nasce un figlio, si decide di comprare casa, aumenta la rata
del mutuo, si vuole iniziare ad accumulare per la pensione. Perché il
problema finanziario non è necessariamente quanto spendiamo in
assoluto. Può essere quanto del nostro reddito è già impegnato prima
ancora che il mese cominci.
Ed eccoci al dato più interessante: quante famiglie riescono a risparmiare?
Nel 2025 solo il 16,7% delle famiglie intervistate ha dichiarato di
essere riuscito a risparmiare. Nel 2024 erano il 19,6%. Nel 2019 erano
il 25%. Il livello del 2025 è, insieme a quello del 2023, il più basso
degli ultimi sei anni.
Quindi, mentre la spesa media è arrivata al massimo nominale dell’ultimo
decennio, la quota di nuclei che dichiara di essere riuscita a mettere
qualcosa da parte è diminuita.
Ed è forse questo il dato patrimonialmente più importante dell’intera
indagine.
Perché il risparmio è il ponte tra reddito e patrimonio
Possiamo pensare alla vita finanziaria di una famiglia come a tre
fotografie: quanto entra (il reddito), quanto esce (consumi e altri
impegni finanziari), che cosa rimane (la parte che può trasformarsi in
liquidità, fondo di emergenza, investimenti, previdenza, capitale per un
progetto, rimborso del debito).
Il patrimonio non nasce tutto dal risparmio, naturalmente. Può derivare
anche da rivalutazioni, eredità, impresa, immobili e altri fenomeni. Ma
per moltissime famiglie il risparmio periodico è il meccanismo attraverso
cui una parte del reddito corrente smette di essere consumo e diventa
futuro.
Ma allora il 16,7% significa che l’83,3% delle famiglie è in difficoltà?
No. Sarebbe una conclusione eccessiva.
Il dato misura ciò che i nuclei intervistati hanno dichiarato rispetto
alla propria capacità di risparmio nel periodo considerato. Una famiglia
potrebbe non aver risparmiato perché ha affrontato una spesa
straordinaria. Potrebbe aver acquistato casa. Potrebbe avere utilizzato
capitale già accumulato. Oppure potrebbe effettivamente avere un bilancio
molto stretto.
Non possiamo dedurre la situazione patrimoniale individuale da una
singola risposta. Ma la tendenza è significativa, soprattutto insieme a
un altro dato. Nel 2025 il 63,3% delle famiglie intervistate dichiarava
di aver percepito una riduzione del proprio potere d’acquisto, pur in
lieve miglioramento rispetto al 65% del 2024.
Banca d’Italia rileva, più in generale per il Piemonte, che nel 2025 la
crescita reale sia dei redditi sia dei consumi familiari è rimasta
modesta. Il quadro racconta quindi famiglie che continuano a consumare,
ma con margini che per molti nuclei rimangono fragili.
Non tutte le famiglie riescono a risparmiare allo stesso modo
Ed è qui che il dato diventa ancora più interessante. Secondo
l’Osservatorio 2025, dichiarano di essere riuscite a risparmiare il
40,5% delle coppie con figli, il 20,9% delle coppie senza figli, il
10,1% delle persone sole, l’8,7% dei nuclei monoparentali.
A prima vista il dato sulle coppie con figli può sorprendere. Potremmo
aspettarci che siano proprio i figli a rendere più difficile mettere
soldi da parte. Ma il risparmio non dipende semplicemente dal numero
delle persone. Conta anche quanti redditi entrano nel nucleo, la loro
stabilità, il patrimonio preesistente, la casa, l’età e l’organizzazione
economica familiare.
Questo è un altro motivo per cui le formule standard funzionano male.
Dire “una famiglia dovrebbe risparmiare il 20% del reddito” può sembrare
ordinato. Ma significa pochissimo senza sapere quale famiglia.
La famosa regola del 20% non mi interessa molto
Supponiamo che una coppia guadagni 5.000 euro netti al mese. Il 20%
sarebbe 1.000 euro. È la quantità giusta da risparmiare? Non lo
sappiamo.
Se ha casa pagata, nessun figlio, pensione già ben costruita, patrimonio
consistente — forse potrebbe permettersi di spendere di più. Se invece
ha due figli piccoli, un mutuo importante, poca liquidità, nessuna
previdenza complementare, obiettivo università, pensione lontana — anche
1.000 euro potrebbero non essere sufficienti per finanziare tutto ciò
che desidera.
La percentuale di risparmio non dovrebbe essere decisa prima degli
obiettivi. Dovrebbe essere una loro conseguenza.
Facciamo entrare una famiglia immaginaria dentro il dato torinese
Costruiamo ora un caso che non rappresenta la famiglia media
dell’indagine, ma ci serve per vedere come funziona il ragionamento.
Manuela e Riccardo vivono a Torino con una bambina. Entrano
complessivamente 4.200 euro netti al mese. Spendono circa 2.650 euro
al mese — una cifra molto vicina ai 2.616 euro medi rilevati dalla
Camera di commercio, anche se il confronto è puramente illustrativo
perché composizione e caratteristiche dei nuclei sono differenti.
A fine mese rimangono 1.550 euro. Sembrerebbe che la loro capacità di
risparmio sia 1.550 euro. Ma ora guardiamo meglio.
Tra due mesi devono pagare 1.200 euro di assicurazioni annuali. In estate
prevedono 2.400 euro per le vacanze. Durante l’anno sosterranno circa
1.800 euro di spese condominiali straordinarie già note.
Queste somme non sono emergenze. Sono spese future prevedibili. Se
Manuela e Riccardo mettessero semplicemente tutti i 1.550 euro “nei
risparmi”, alcuni mesi dopo sarebbero costretti a riprenderne una parte.
Avrebbero l’impressione di risparmiare, spendere, ricominciare,
spendere.
In realtà manca soltanto una distinzione.
Il denaro che non spendiamo questo mese non è tutto “risparmio di lungo periodo”
Questa è una delle distinzioni più importanti dell’articolo. Dal margine
mensile dovrebbero nascere almeno quattro destinazioni differenti.
Spese future già prevedibili. Assicurazioni, vacanze, manutenzione,
tasse, scuola, spese annuali. Questo denaro non sta costruendo ricchezza
di lungo periodo. Sta semplicemente finanziando il futuro prossimo.
Fondo
di emergenza. Serve per ciò che invece non abbiamo programmato.
Perdita di reddito, grande imprevisto, evento familiare. Non è la stessa
cosa delle spese annuali.
Obiettivi. Casa, figli, progetto professionale, grande acquisto. Ogni
obiettivo può avere un proprio tempo.
Futuro lontano. Pensione
e altri obiettivi di lungo termine. Qui il denaro può avere un orizzonte
molto diverso rispetto alle spese dell’anno prossimo.
Ed è proprio per questo che “risparmiare” non è ancora una strategia.
È soltanto il momento in cui il denaro diventa disponibile per essere
assegnato.
Il risparmio senza destinazione tende ad accumularsi sul conto
Torniamo a Manuela e Riccardo. Supponiamo che per diversi anni riescano
effettivamente a lasciare sul conto una parte del margine mensile. Non
hanno però definito gli obiettivi. Dopo qualche anno vedono 60.000 euro
sul conto.
È troppo? È poco? Ancora una volta non possiamo rispondere senza sapere
per che cosa servono.
Potrebbero esserci 15.000 euro di fondo di emergenza, 20.000 euro
destinati alla casa, 10.000 euro per spese dei prossimi anni, 15.000 euro
senza alcuna destinazione. Oppure tutti i 60.000 euro potrebbero essere
semplicemente rimasti lì.
Il saldo è lo stesso. La situazione finanziaria no.
Risparmiare non significa necessariamente costruire patrimonio bene
C’è un altro passaggio. Immaginiamo una famiglia molto disciplinata che
riesca a risparmiare 800 euro ogni mese. Dopo dieci anni avrà destinato
al risparmio una cifra importante.
Ma dove sono finiti quei soldi? Tutti sul conto? Interamente nella casa?
In una seconda casa? In investimenti? Nella previdenza? Nel rimborso
anticipato del mutuo?
La capacità di risparmio dice quanto capitale può essere costruito.
La sua destinazione decide che forma assumerà quel patrimonio. È per
questo che bilancio familiare e patrimonio non dovrebbero essere
trattati come due argomenti separati. La fotografia più ampia è quella
della composizione
del patrimonio delle famiglie a Torino e in Piemonte. Uno alimenta
l’altro.
Guadagnare di più non risolve automaticamente il problema
Supponiamo che Manuela e Riccardo passino da 4.200 a 5.000 euro netti
mensili. Ci aspetteremmo 800 euro in più di risparmio.
Ma nel frattempo cambiano auto, aumentano i viaggi, scelgono una casa
più grande, iniziano nuove attività per la figlia, crescono i pasti
fuori. Dopo un anno spendono 3.400 euro. Prima avanzavano 1.550 euro. Ora
ne avanzano 1.600.
Il reddito è aumentato di 800 euro. La capacità di accumulazione di
appena 50.
È il fenomeno che spesso viene chiamato lifestyle inflation: una
parte del miglioramento del reddito viene rapidamente assorbita
dall’aumento del tenore di vita. Non è necessariamente sbagliato.
Guadagnare di più serve anche a vivere meglio. Ma se ogni aumento del
reddito viene assorbito integralmente da nuove spese, il futuro
finanziario non migliora insieme al presente.
Un bilancio non serve a trovare “le spese cattive”
È facile trasformare un articolo sulle spese familiari in un tribunale
del cappuccino, della cena fuori o della vacanza. Non credo sia utile.
La stessa indagine torinese mostra che viaggi e pasti fuori casa
continuano ad avere un peso nelle scelte delle famiglie, e che le
differenze tra fasce economiche sono molto marcate. Spendere per qualcosa
che ci piace non è un errore finanziario. Il problema nasce quando non
sappiamo a cosa stiamo rinunciando per finanziarlo.
Una cena fuori può essere perfettamente coerente con il piano. Così come
può esserlo una vacanza costosa. La domanda non è “potrei eliminare
questa spesa?” È: “posso permettermi questa spesa insieme alle altre
cose che considero importanti?” Questa è pianificazione.
La differenza tra “non riesco a risparmiare” e “non ho ancora deciso quanto risparmiare”
Sono due situazioni molto diverse.
Primo caso. Reddito 3.000 euro. Spese essenziali e impegni
difficilmente comprimibili 2.900 euro. Rimangono 100 euro. Il problema è
strutturale. Servono interventi sul reddito, sulle grandi voci di spesa
o sugli obiettivi.
Secondo caso. Reddito 5.000 euro. Spese essenziali 2.500 euro. Spesa
totale 4.900 euro. Rimangono ancora 100 euro. Qui esiste probabilmente
più margine decisionale.
Il risultato mensile è uguale. La causa non lo è. Ed è per questo
che dire genericamente “devi spendere meno” serve poco. Prima dobbiamo
sapere dove va il denaro.
Cinque numeri sono più utili di cinquanta categorie
Non serve necessariamente registrare ogni caffè per avere una fotografia
finanziaria utile. Per molte famiglie partirei da cinque numeri.
Entrate nette medie. Quanto entra realmente in famiglia durante
l’anno? Se il reddito è variabile, usare una media prudente.
Spese essenziali mensili. Quanto costa mantenere la struttura di base
della famiglia?
Spesa complessiva annuale. Non soltanto il mese normale. Anche
assicurazioni, vacanze, manutenzioni, tasse e altre spese non mensili.
Risparmio effettivo annuale. Non “quanto pensiamo di mettere da
parte”. Ma quanto patrimonio è realmente aumentato grazie al reddito
prodotto durante l’anno, al netto delle somme accantonate e poi
utilizzate per spese già previste.
Patrimonio finanziario disponibile. Quanta parte di ciò che abbiamo
accumulato è utilizzabile e per quali obiettivi?
Con questi cinque numeri possiamo già capire molto.
E se non rimane niente?
È probabilmente la parte più importante da affrontare senza
moralismi.
Se alla fine dell’anno non rimane risparmio, non significa
automaticamente che la famiglia “gestisce male i soldi”. L’Osservatorio
torinese mostra che nel 2025 la capacità di risparmiare dichiarata è
stata molto diversa in base alla struttura familiare e alle condizioni
economiche. La fascia definita di debolezza riguarda il 30,8% dei
nuclei del campione e sale al 53,2% tra le persone sole.
Esistono bilanci nei quali il problema non è l’organizzazione. È
semplicemente che le risorse sono strette rispetto alle necessità. In
quei casi il primo obiettivo finanziario non è investire. Può essere
ridurre la vulnerabilità: creare gradualmente una piccola riserva,
ristrutturare un debito, proteggere un reddito, rivedere una grande spesa
fissa. Sono decisioni finanziarie esattamente quanto scegliere un
investimento.
E se invece rimangono 500 euro?
A quel punto arriva una domanda completamente diversa. Dove devono
andare?
Prendiamo 500 euro al mese: sono 6.000 euro all’anno. In dieci anni,
senza considerare alcun rendimento, parliamo di 60.000 euro di capitale
destinato.
Ma quei 500 euro possono avere funzioni completamente differenti. Se
servono per comprare casa tra tre anni, dovranno essere gestiti in un
modo. Se servono per la pensione tra trent’anni, in un altro. Se non
esiste ancora un fondo di emergenza, una parte potrebbe dover essere
destinata prima a quello.
Lo stesso risparmio non richiede lo stesso strumento quando cambia il
suo scopo.
Il bilancio familiare non finisce quando troviamo il margine
È proprio qui che spesso finisce il classico esercizio di budgeting.
Entrate 4.000, uscite 3.200, risparmio 800. Fine.
Per me invece è da lì che comincia la parte interessante. Quegli 800
euro devono ricevere un incarico. Per esempio: 200 euro per spese
annuali, 150 euro per il fondo di emergenza, 150 euro per un obiettivo a
medio termine, 300 euro per il lungo periodo.
Non sto suggerendo queste percentuali come modello. Sono soltanto un
esempio. Per un’altra famiglia la suddivisione potrebbe essere
completamente diversa. Il principio è: ogni euro che non viene consumato
oggi dovrebbe sapere, prima o poi, per quale futuro sta lavorando.
Tornando ai 2.616 euro di Torino
Ora il dato iniziale assume un significato differente.
Sappiamo che nel 2025 il nucleo torinese intervistato dall’Osservatorio
ha speso mediamente 2.616 euro al mese. Sappiamo che una grande parte
delle uscite non alimentari è collegata alla casa. Sappiamo che la
capacità dichiarata di risparmio è diminuita. Sappiamo che persone sole
e nuclei monoparentali mostrano percentuali particolarmente basse di
famiglie capaci di mettere qualcosa da parte.
Ma non sappiamo quale dovrebbe essere il bilancio della nostra famiglia.
Ed è corretto che sia così. Il dato territoriale può mostrarci come
spendono gli altri. La pianificazione deve stabilire come vogliamo
utilizzare noi il nostro reddito. Lo stesso criterio vale quando si cerca un consulente finanziario a Torino: la dimensione locale è utile soltanto quando aggiunge qualcosa alla lettura, agli incontri o al coordinamento della situazione concreta.
La domanda non è “dove posso tagliare?”
Prova invece a partire da questa: “quali cose deve finanziare il mio
reddito oltre al mese che sto vivendo?”
Forse un’emergenza. La casa. I figli. Un viaggio. Un cambiamento
professionale. La pensione. Una persona da proteggere. Un progetto che
oggi non esiste ancora.
A quel punto il risparmio smette di essere “quello che avanza”. Diventa
una vera voce del bilancio. Non perché dobbiamo privarci di qualcosa. Ma
perché anche il nostro futuro è una spesa. Soltanto che non arriva con
una bolletta alla fine del mese.
Dove finiscono allora i soldi delle famiglie torinesi?
Una buona parte nella casa. 403 euro medi al mese nell’alimentazione. Una
parte nei trasporti. Una parte nella salute. Una parte nei vestiti. Una
parte nei viaggi, nei ristoranti, nello sport, nella cultura e nel tempo
libero. È la vita.
Ma per costruire patrimonio manca ancora un’ultima destinazione: il
futuro.
Nel 2025 soltanto il 16,7% dei nuclei intervistati ha dichiarato di
essere riuscito a risparmiare. È il numero dal quale partirei, molto più
che dai 2.616 euro. Perché non ci interessa sapere se spendiamo più o
meno della media torinese. Ci interessa capire: quanto del reddito che
produciamo oggi riesce a superare il mese e diventare una risorsa per
quello che verrà dopo.
E quando quel margine esiste, arriva la seconda domanda: che cosa deve
fare?
È lì che il bilancio familiare diventa pianificazione finanziaria.
Una fotografia da fare una volta all’anno
Per capire dove finiscono davvero i tuoi soldi non serve necessariamente
registrare ogni singolo acquisto. Puoi partire da una pagina.
Scrivi: entrate annuali nette (quanto è realmente entrato), spese
totali annuali (non soltanto quelle mensili), spese essenziali (la
parte difficilmente comprimibile), risparmio effettivo (quanto è
realmente rimasto), destinazione del risparmio (emergenze, obiettivi,
investimenti, previdenza).
Poi aggiungi una domanda: la distribuzione del mio denaro racconta
davvero le cose che considero importanti?
Se la risposta è no, il problema non è necessariamente spendere troppo.
Potrebbe semplicemente mancare ancora un piano.
Trasforma le statistiche in un bilancio familiare reale
- Prendi tre mesi di movimenti: conto e carte, evitando di basarti sulla memoria.
- Separa le spese fisse: casa, utenze, scuola, debiti e impegni ricorrenti.
- Raggruppa le variabili: alimentari, trasporti, tempo libero e altre categorie che possono cambiare.
- Aggiungi le spese annuali: assicurazioni, manutenzioni, imposte e costi irregolari vanno trasformati in una quota mensile.
- Misura ciò che resta: quanto reddito è realmente disponibile per riserva, obiettivi e investimenti?
Passo concreto: confronta il tuo mese reale con quello “medio” soltanto dopo aver ricostruito le tue categorie. Il dato territoriale serve come contesto; la decisione nasce dalla differenza tra ciò che spendi e ciò che vuoi finanziare.
Fonti
- Camera
di commercio di Torino — Spese delle famiglie torinesi nel
2025, comunicato pubblicato il 6 maggio 2026. Indagine su 240
nuclei residenti nella città di Torino: spesa media mensile di 2.616
euro (+0,3% sul 2024), composizione dei consumi e capacità di
risparmio. - Camera di commercio di Torino — dati 2025: 403 euro mensili per
alimentari e 2.213 euro per consumi non alimentari; abitazione (833 €),
utenze (228 €) e arredo (94 €) rappresentano oltre metà della componente
non alimentare. - Camera di commercio di Torino — Risparmio e potere d’acquisto 2025:
il 16,7% dei nuclei intervistati dichiara di essere riuscito a
risparmiare (19,6% nel 2024, 25% nel 2019); 40,5% tra le coppie con
figli, 20,9% tra le coppie senza figli, 10,1% tra le persone sole, 8,7%
tra i nuclei monoparentali; fascia di debolezza economica al 30,8% del
campione (53,2% tra chi vive solo). - Banca
d’Italia — L’economia del Piemonte, Rapporto annuale 2026,
pubblicato il 16 giugno 2026: nel 2025 crescita reale modesta di reddito
e consumi delle famiglie piemontesi, ripresa dei depositi e quadro
economico regionale.
RISORSA GRATUITA
La media racconta Torino. La Fotografia racconta il tuo patrimonio.
La Fotografia patrimoniale essenziale ti aiuta a mettere nello stesso quadro ciò che entra, ciò che resta, liquidità, investimenti, debiti, previdenza e protezioni. Non confronta la tua famiglia con una media: rende visibile quali risorse hanno già una funzione e quali aspettano ancora una decisione.

